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Milano deve continuare a cambiare. La ripresa italiana parte da Milano, abbiamo il dovere di vincere!

Milano può continuare a cambiare…

Di fronte al rozzo oscurantismo della Lega e al vuoto pneumatico di Forza Italia, il Partito Democratico e le forze di centro sinistra devono rivendicare con forza il lavoro svolto dall’amministrazione in carica e affermare la visione di società aperta e plurale che le contraddistingue. Se non commetteremo errori, se rimarremo uniti, la vittoria sarà agevole. La ripresa italiana parte da Milano, abbiamo il dovere di vincere! Per una cittá protagonista della globalizzazione!

Sono passati ormai 4 anni e mezzo dalla primavera di Milano, da quando nel 2011 il Partito Democratico e le altre forze di centro sinistra hanno vinto le elezioni amministrative a Milano con Giuliano Pisapia.
Come dice Pisapia nel suo libro, Milano città aperta, la cittá in questi anni è cambiata notevolmente in meglio.
Milano è tornata ad essere la capitale morale d’Italia.
Non più la città arrivista e cinica degli yuppie stile anni 80, non più la città chiusa e spaventata che la destra milanese e nazionale ancora oggi tenta di rievocare. Ma una capitale mondiale del terzo millennio, aperta e connessa con il mondo, una città capace di integrare 260.000 stranieri (come da tradizione quando gli “stranieri” erano i meridionali), una città che da a tutti una possibilità, una città capace di generare e gestire un evento mondiale come Expo, una città che affronta i propri problemi e nel cercare di risolverli (vedi il problema traffico e le soluzioni del car, bike e moto sharing) diventa faro ed esempio nel mondo.

Insomma una città a suo agio nella globalizzazione!!

Rimangono certamente ancora molti problemi da affrontare e risolvere, come l’efficientamento della macchina comunale, il divario tra il centro e le periferie (che devono scomparire diventando loro stesse nuovi centri), il problema di avere un’edilizia anche popolare e non solo per sceicchi.

Ma Milano è oggi migliore di ieri. Il Partito Democratico ha il dovere di continuare questo cambiamento, ha il dovere di tenere unita (per quanto umanamente possibile) la coalizione che vinse le elezioni nel 2011, ha il dovere di fare le primarie e sostenere il candidato che ne uscirà vincitore, ha il dovere di vincere le amministrative del 2016, perché é da Milano che l’Italia riparte.

Viva Milano!

Alberto Poli

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JE SUIS CHARLIE… LIBERTE’, EGALITE’, FRATERNITE’

IN MEMORIA DI

– Stéphane Charbonnier, 47 anni, disegnatore, direttore di Charlie Hebdo;

– Jean Cabu, 76 anni, disegnatore;

– Georges Wolinski, 80 anni, disegnatore;

– Bernard Verlhac, 57 anni, disegnatore;

– Bernard Maris, anche detto “Oncle Bernard”, 68 anni, economista, cronista per Charlie Hebdo;

– Philippe Honoré, 73 anni, disegnatore;

– Michel Renaud, fondatore del Rendez-vous du carnet de voyage de Clermont-Ferrand;

– Franck Brinsolaro, 49 anni, agente di polizia;

– Ahmed Merabet, 42 anni, agente di polizia;

– Mustapha Ourrad, 58 anni, correttore di bozze;

– Frédéric Boisseau, 42 anni, agente di servizio;

– Elsa Cayat, 54 anni, psicanalista e cronista;

– Clarissa Jean-Philippe, 23 anni, agente di polizia municipale;

– Yoav Hattab, 21 anni, figlio del capo rabbino di Tunisi;

– Yohan Cohen, 22 anni, studente;

– François-Michel Saada, 63 anni, ex dirigente d’azienda, in pensione;

– Philippe Braham, 45 anni, consulente informatico.

UCCISI NEGLI ATTENTATI DI PARIGI DEL 7 E 9 GENNAIO 2015

ED IN MEMORIA DELLE ALTRE 2000 VITTIME, SENZA NOME, DEL TERRORISMO DI MATRICE ISLAMICA TRUCIDATE NELLA CITTA’ NIGERIANA DI KUKAWA VENERDI’ 9 GENNAIO 2015

Una commissione scadente e scaduta – Si cambia verso: il primato della Politica

Qualche tempo fa la lettera del commissario europeo Katainen, con la quale la Commissione Europea chiede ragione all’Italia delle nuove politiche espansive e redistributive messe in atto dal governo con la finanziaria 2015 avrebbe destato molte preoccupazioni; oggi desta solo noia e qualche fastidio.

Che cosa è cambiato?

E’ cambiato molto dal novembre 2011, lo spread è più basso, l’Italia ha fatto una serie di manovre (fortemente) recessive per rimanere all’interno del Patto di Stabilità e Crescita e soprattutto, per la prima volta dopo molti anni, l’Italia ha un governo solido con una Politica chiara e con un peso politico rilevante.

In democrazia questo peso politico deriva dai voti; dal consenso popolare diffuso nei vari strati della società. Questo consenso oggi premia il Partito Democratico e la linea del suo segretario.

Nelle volontà della commissione, e soprattutto del suo presidente, la lettera doveva rimanere segreta, “strictly confidential”, il governo ha deciso giustamente di renderla pubblica perché l’argomento trattato, la finanza pubblica e la distribuzione delle risorse, è di quelli che incidono pesantemente nella vita di tutti i cittadini di un paese.

Il governo italiano oggi risponderà alla lettera e in buona sostanza farà “spallucce”, con tanti saluti a una commissione scaduta e scadente.

Una commissione che con la sua ottusità, il suo servilismo verso alcuni paesi e la sua incapacità di formulare politiche di crescita, ha danneggiato l’immagine dell’Unione Europea agli occhi di milioni di cittadini europei, facendo lievitare i consensi per i partiti anti europeisti.

Oggi il nuovo fatto politico è la forza politica che ha l’Italia, la forza che ha il Partito Democratico, una vera forza rivoluzionaria (non a parole), perché punta a cambiare radicalmente le politiche di austerità con politiche di crescita, efficientando il sistema pubblico e liberando risorse ed energie per l’iniziativa privata.

Bisogna quindi sostenere questo partito e la linea del suo segretario, lasciando da parte le polemiche di minuscolo cabotaggio come quelle sulla Leopolda, perché qui si comincia seriamente a cambiare verso.

Alberto Poli

Il reato di Autoriciclaggio – Quali effetti dalla sua applicazione?

Il reato di autoriciclaggio è in questi giorni in esame alla Camera dei Deputati.

E’ un’arma in più, che in parte avevamo già all’interno del D. Lgs 231/07, che però rischia di essere spuntata.

Il rischio deriva dalla struttura del nostro sistema giudiziario, proverbialmente lento e sovente bizantino, dal sistema investigativo che coinvolge giustamente gli intermediari finanziari ma obbligandoli ad una serie di adempimenti burocratici più formali che sostanziali, producendo spesso risultati modesti rispetto alle potenzialità, nonchè da una formulazione non chiara ed interpretabile del cosiddetto “godimento personale”.

Oggi se ognuno di noi commette il reato di frode fiscale (ad esempio) e tenta successivamente di dissimulare l’illecito guadagno è punibile solo per il reato di frode fiscale (il cosiddetto reato presupposto); il reato di riciclaggio si configura solo a carico di terzi nei casi in cui vi sia il trasferimento dell’illecito guadagno verso tali terzi, i quali ne dissimulino scientemente la provenienza tramite artifizi.

Con il reato di autoriciclaggio anche chi commette il reato presupposto dissimulandone l’illecito guadagno sarà punito per la dissimulazione compiuta o tentata.

L’inserimento del reato di autoriciclaggio nel nostro codice è doveroso, il GAFI (Gruppo di azione finanziaria internazionale, una sorta di ONU del contrasto al riciclaggio) da tempo ci chiedeva di inserirlo nel nostro ordinamento.

Tuttavia la forma rischia di non essere sostanza.

Cosa si deve fare per intercettare i capitali illeciti? E come arrivare ad una sentenza definitiva?

Oggi, senza entrare in noiosisimi dettagli, il combinato disposto dei decreti legislativi 231/01 e 231/07 responsabilizza gli intermediari nell’individuazione dei capitali illeciti.

Agli intermediari sono demandati diversi obblighi che spesso si traducono però solamente in una serie di adempimenti burocratici e di complicate quanto inutili registrazioni in archivi diversi che sovente poi non vengono presi in considerazione da parte dell’autorità giudiziaria in sede di indagine, traducendosi in uno spreco di tempo e risorse che meglio si potrebbero utilizzare nell’individuazione e nella segnalazione delle operazioni sospette.

E’ il caso, ad esempio, dell’AUI (Archivio Unico Informatico), un complicato sistema antelucano dove solo alcune operazioni vengono registrate, tale sistema avrebbe dovuto essere sostituito dalla nuova Anagrafe dei Rapporti, dove secondo le intenzioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze tutte le operazioni avrebbero dovuto essere registrate.

L’anagrafe dei rapporti insieme al cosiddetto redditometro avrebbe un’enorme potenzialità repressiva nei confronti dei reati in materia fiscale, ma le disposizioni regolamentari necessarie non sono ancora state completamente emanate, quindi gli intermediari si trovano ad utilizzare due archivi entrambi parziali e (per quanto riguarda l’AUI) inutili.

Se analizziamo poi le decine di migliaia di operazioni sospette segnalate dagli intermediari solo poche danno origine a procedimenti penali ed ancora meno arrivano a sentenza definitiva passata in giudicato. Questo avviene per una serie di fattori in primis l’arcinota lentezza del sistema giudiziario italiano che conduce sovente alla prescrizione del reato

La legge ex-Cirielli ha normato la tempistica di prescrizione agganciandola al limite massimo della pena edittale, (se un rato ha una pena massima di 10 anni la sua prescrizione si avrà quindi in 10 anni) con un minimo di 6 anni per i reati con pena massima inferiore a tale limite.

Il reato di riciclaggio si punirà con una reclusione da 2 a 8 anni in presenza di un reato presupposto con pena superiore a 5 anni, e con una pena da 1 a 4 anni in presenza di un reato presupposto che preveda una pena inferiore a 5 anni.

Ne consegue che la prescrizione potrà variare da 6 a 8 anni, a volte troppo pochi per arrivare a sentenza passata in giudicato in cassazione.

In questi giorni sui giornali sono comparsi molti articoli dove si sosteneva che, visto che il reato di autoriciclaggio si produce al momento dell’immissione delle somme in altra attività (reinvestimento) tale reato sarebbe perseguibile anche molto dopo la commissione del reato presupposto.

Ovvero avendo evaso il fisco 10 anni fa ma reinvestendo i proventi oggi si produrrebbe ugualmente il reato di riciclaggio, nonostante il reato di frode fiscale sia prescritto.

In questo caso però viene in soccorso la nozione di “godimento personale”, ovvero non vi è autoriciclaggio se le somme ottenute attraverso un’attività illecita non vengono impiegate in altre attività ma solo per il proprio piacere (mi copro un Rolex, la barca, la casa, la spesa al supermercato, ecc).

Utilizzando tale nozione sarà sufficiente frazionare le somme illecitamente guadagnate facendole confluire in conti ove siano presenti anche delle disponibilità lecite, compiendo un’operazione di cosiddetto “doppio riciclaggio”.

Infatti, tornando al caso di scuola della frode fiscale commessa 10 anni fa, se all’epoca le somme illecitamente ottenute fossero state immesse tutte (o meglio in parte) in un conto (o meglio più conti) con anche disponibilità lecite, sarebbe impossibile dimostrare oggi, dopo 10 anni, che si stiano utilizzando proprio i fondi illecitamente ottenuti, e non altri perfettamente leciti presenti sul medesimo conto.

Potrà sempre essere portata la giustificazione che le somme illecite sono state già spese in altre operazioni lecite o per le quali sia già intervenuta la prescrizione.

Il reato in questo modo potrebbe essere quindi o impossibile da dimostrare o comunque prescritto.

In conclusione è certamente meglio prevedere il reato di autoriciclaggio piuttosto che non prevederlo, ma se non si affronterà il tema epocale e troppo spesso rimandato di una radicale riforma della giustizia snellendo e efficientando i procedimenti, e rendendo le norme più chiare, più comprensibili e meno interpretabili, l’effetto deterrente della norma potrebbe rivelarsi assai scarso.

Alberto Poli

(IN)EFFICIENZA MILANESE – Il signor Brambilla e il coraggio politico

Manca solo un anno e mezzo alle prossime elezioni ed è forse già tempo di qualche bilancio, in questi giorni è aperto il dibattito sulla ricandidatura di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano, di qualche giorno fa la notizia che il sindaco sta pensando ad un nuovo “soggetto politico” da collocarsi, forse, a sinistra del Partito Democratico (o forse sopra, o sotto, o dietro; d’altronde Grillo ha liberalizzato le posizioni in politica).

In questa riflessione affrontiamo una questione di politica applicata, una problematica a cui lo stesso sindaco ha fatto riferimento nella trasmissione Ballarò andata in onda il 1° ottobre scorso, un problema spinoso e ancora irrisolto, quello dell’efficienza e dell’efficacia della macchina amministrativa comunale.

Problema irrisolto, perchè oltre a qualche bella dichiarazione dell’ultima ora da parte del sindaco, di concreto sino ad oggi si è visto ben poco.

Da quando Sergio Rizzo ha pubblicato i suoi articoli sulle inefficienze, sugli sprechi e sulla parentopoli del Comune di Roma l’attenzione dell’opinione pubblica è alquanto sensibile al tema.

Diciamo subito che l’amministrazione comunale di Milano è statisticamente più efficiente di quella di Roma, ma il paragone sembra purtroppo solo una magra consolazione.

La domanda che ci vogliamo porre in questa riflessione non è se i dipendenti del comune di Milano siano troppi o troppo pochi (ognuno si faccia la sua idea) ma se la forza lavoro comunale sia impiegata in modo efficiente ed efficace, se lo standard del servizio reso sia soddisfacente (secondo chi scrive no) e quali siano le iniziative che la giunta dovrebbe intraprendere per risolvere la problematica.

La situazione è la seguente:

il comune di Milano ha attualmente, risorsa più risorsa meno, 15.643 dipendenti diretti, impiegati negli uffici comunali, a questi vanno aggiunti altri 11.356 dipendenti delle società partecipate al 100% dal Comune che offrono servizi al cittadino “in nome e per conto del comune”[1]; rimangono esclusi dal computo tutti gli altri dipendenti delle società partecipate dal comune ma non al 100%[2].

Possiamo quindi assumere che il comune impieghi direttamente e tramite le sue controllate un totale di 27.000 dipendenti.

Analizzando il costo dei soli dipendenti “diretti” (i 15.643) nell’anno 2013 la spesa in stipendi è stata di 334.714.660 Euro a cui vanno aggiunti però 102.203.405 Euro di indennità e compensi accessori (di cui circa 30 milioni per premi di produttività) a cui vanno sommati altri 124.569.434 Euro di contributi.

Fuori dal computo rimangono le spese per assicurazione, formazione, buoni pasto, servizio mensa, nonché le altre spese come la manutenzione immobili, le spese di gestione e amministrazione ecc.

Insomma i costi fissi del personale superano abbondantemente il mezzo miliardo di Euro l’anno per i soli dipendenti diretti.

C’é quindi da chiedersi come sia il servizio offerto.

Qui entra in scena il signor Brambilla, milanese medio, che oltre ad avere le sue problematiche giornaliere ed oltre a dover pagare un monte straordinario di tasse e tariffe (di cui magari parleremo in un altro post) ha la sventura di doversi avventurare negli uffici comunali…uno su tutti, l’anagrafe di via Larga che fa capo all’assessorato al Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale e Servizi Civici, retto dall’assessore Franco D’Alfonso.

Per rendere l’idea della quotidianità di un signor Brabilla qualunque, vediamo alcuni brevi spezzoni della sua vita…

Il signor Brambilla ha bisogno di un semplice certificato di Matrimonio: è il 28 luglio e all’ingresso degli uffici di Via Larga vi sono due dipendenti comunali che distribuiscono i numeri per i vari servizi (evidentemente le macchinette automatiche che si trovano alla posta o in banca qui non sono arrivate – diavoleria moderna), una dipendente è accasciata sul tavolo d’ingresso e legge il giornale, l’altra parla al telefono. Ma perché non distribuiscono i numeri? Si chiede ingenuamente il signor Brambilla. Ne danno 10 ogni 15 minuti! Risponde una signora anziana penosamente li in coda. E perché? Perché il salone d’attesa, distinto dall’atrio, è già stracolmo al inverosimile e non contiene altre persone! Amara constatazione.

Davanti al malcapitato Brambilla, solo per il suo servizio, altre 146 persone.

Finale della storia: per la stampa di un semplice certificato di matrimonio il signor Brambilla dovrà attendere più di quattro ore, seduto sulle scale che portano al piano superiore dell’edificio ed immerso in una baraonda di cittadini inferociti e mamme sconsolate che non riescono più a tranquillizzare i loro bimbi portati (con colpevole imprudenza !?) con loro, anche la piccola area giochi per bambini risulta completamente inutilizzabile perché invasa da adulti elemosinanti un posticino per sedersi; nel frattempo mezza giornata di lavoro del signor Brambilla se ne va in fumo…

La moglie del signor Brambilla vuole richiedere la residenza per cittadino straniero sposato con cittadino italiano: il signor Brambilla, insieme alla moglie, spedisce con fiducia tutti i documenti all’anagrafe via posta certificata, su suggerimento degli stessi impiegati comunali, tutto è in ordine, ma non arriva alcuna risposta. Per sapere se la mail è arrivata e se la pratica va correttamente avanti non si può telefonare, bisogna recarsi in via Larga: altre tre ore di coda! La mail non risulta! La signora Brambilla chiede allora di consegnare i documenti cartacei a mano, ma non si può! Bisogna prendere un appuntamento per consegnare i documenti, non basta quindi fare tre ore di fila. La prima disponibilità è dopo 40 giorni (solo per la consegna dei documenti!).

Finale della storia: la signora Brambilla si chiede se essere venuta in Italia, lasciando il proprio impiego in una multinazionale cinese per poi magari cercarne uno nel bel paese, sia stata una buona scelta. Il signor Brambilla si preoccupa!

Il signor Brambilla deve pagare la TARES: il signor Brambilla l’anno scorso aveva ricevuto a casa il bollettino TARES con un errore, nella sua abitazione risultava ancora il padre, che da diversi anni era però emigrato verso altro comune. Il signor Brambilla telefona quindi allo 020202, richiedendo un appuntamento agli uffici comunali, ed un permesso al lavoro. Negli uffici del comune l’impiegato constata, dalla stessa anagrafe comunale, che il padre del signor Brambilla era emigrato diversi anni orsono (ma se il comune già sapeva tutto, perché la TARES è arrivata errata?)

Finale della storia: il signor Brambilla fa ricorso, non paga la Tares, il comune non vede un euro, e a distanza di un anno il signor Brambilla non si è visto recapitare nessun altro avviso di pagamento TARES, in compenso il signor Brambilla quest’anno si può consolare con la TASI e la TARI.

Si potrebbe continuare così all’infinito, tra cittadini che perdono la testa per sapere quanto devono pagare di TASI (come se alla cassa la cassiera ci chiedesse di calcolare il prezzo della nutella in base agli ingredienti) e code interminabili per ottenere documenti assurdi utili solo per la richiesta di altri documenti.

Il signor Brambilla, che poi è chi scrive, potrà essere stato sfortunato, ma a giudicare dalle parole del sindaco alla trasmissione Ballarò, dove denunciava l’immobilismo organizzativo della macchina comunale e dei sindacati dei lavoratori, non sembrerebbe.

Il consiglio che qui si vuole dare all’amministrazione Pisapia e segnatamente all’assessore D’Alfonso, è quello di intervenire con maggior forza e sicurezza su tutta l’organizzazione della macchina comunale, perché se è vero come è vero che il numero dei dipendenti comunali non è modificabile nel breve termine è certamente possibile, e doveroso, organizzare meglio la macchina comunale redendola non solo più efficiente ma soprattutto più efficace.

Se si deve spendere più di mezzo miliardo di Euro l’ano per i soli stipendi dei dipendenti diretti, con correlate tasse locali, poi non si può chiedere ai cittadino di attendere ore e ore davanti ad uno sportello comunale.

Guai a fermarsi davanti alla minaccia di uno sciopero! Guai a tergiversare cercando un accordo al ribasso! E guai a pensare che i lavoratori comunali siano un serbatoio di voti da tutelare (magari per il costituendo soggetto politico che, forse, ha in mente il sindaco). Non si deve pensare ai soli voti dei lavoratori comunali ma piuttosto ai voti dei lavoratori penosamente in coda negli uffici comunali … e forse a Milano si vincerà ancora

Qualcuno insisterà che i dipendenti comunali sono restii al cambiamento delle regole contrattuali con cui soso stati assunti; ma è proprio questo il compito della politica! E’ questa la sfida di un buon amministratore, e segnatamente di un amministratore di sinistra. Risolvere i problemi della macchina pubblica facendo delle scelte, cambiando, razionalizzando e compenetrando gli interessi dei lavoratori pubblici con quelli dei cittadini, anche scontrandosi con i sindacati se ce ne è bisogno.

Ci vogliono chiare e decise scelte politiche!

Perché se non fanno scelte politiche , il sindaco e gli assessori che cosa li abbiamo eletti a fare?

Alberto Poli

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[1] Metropolitana Milanese, ATM, AMAT, Sogemi, MIR, Milano Ristorazione, Milano Sport

[2] A2A (compresa AMSA), SEA, ecc.

Riforme costituzionali: Renzi sta correndo troppo?

Sulle riforme della Costituzione forse dovremmo cercare di essere più cauti. Tutti, all’interno come all’esterno del Pd, riconoscono a Renzi di aver dato una straordinaria spinta per quanto riguarda le riforme istituzionali. Questa spinta eccezionale però non deve trasformarsi in cieca frenesia. Con le riforme istituzionali noi modifichiamo le fondamentali regole del funzionamento della democrazia nel nostro paese. Tutti, nessuno escluso, devono riconoscersi nell’assetto istituzionale e nelle dinamiche che permettono loro di funzionare. Nessuno è sacrificabile da questo punto di vista, perché tutti facciamo parte della comunità-nazione.

Mi sembra che questo passaggio sia stato vissuto con troppa frenesia, con troppa voglia di chiudere un accordo anche a costo di lasciare indietro qualcuno. Io penso che di fronte a una riforma della Costituzione abbia poco senso richiamarsi alla disciplina di partito perché in quel momento più che in qualsiasi altro i parlamentari devono essere rappresentanti della nazione tutta, e non solo di una parte, perché la Costituzione è di tutti e tutti ci si devono poter riconoscere. Consiglierei a Renzi di metterci magari un mese in più, ma di uscirne come uno statista qual è in potenza, elaborando una proposta che sia riconosciuta dalla stragrande parte del paese come un cambiamento positivo, piuttosto che solo come un cambiamento.

Io penso che si sia commesso un errore politico nel sostituire Mineo per quanto detto sopra (sostituire 2 membri della commissione per poter far passare la riforma 15 a 14 non è proprio un messaggio di condivisione) e penso anche che la nostra comunità democratica si sia concentrata troppo sull’interpretazione politica del comportamento di Mineo, piuttosto che sui contenuti che lui e altri senatori portavano (e mi auguro continuino a portare) a questo importantissimo dibattito.

Filippo Sanna

Se questo è un uomo

La quotidiana strage nel Canale di Sicilia e le responsabilità della politica

Quale modulo doveva compilare il ministro degli interni per comunicare correttamente al commissario Malmström che è in atto un vero e proprio esodo biblico da paesi martoriati dalla guerra e dalla fame verso l’Europa?

Quale formula dovevano utilizzare il ministero della difesa e quello degli interni per comunicare che è in atto una strage nel canale di Sicilia e che le uniche navi che si vedono portare aiuto sono quelle della nostra Marina Militare e l’unica nave messa a disposizione della Marina Militare slovena??

Non è certo in questa sede che si vuole redimere questioni di moduli, comunicazioni più o meno formali o procedure, la riflessione che si propone è di tipo politico.

Il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa un barcone caricato all’inverosimile da delinquenti senza scrupoli con un numero esorbitante di esseri umani, esseri umani, è affondato trascinando con sé 363 persone.

Si stimano in circa 1800 i morti nel tentativo di attraversare il Canale di Sicilia nel corso del solo 2011. Oggi altri 17 morti accertati e forse altri 50 dispersi, e domani quanti morti ci dovremo attendere? Cosa dicono le statistiche?

Quando a fronte di questi eventi e questi numeri un ente politico come la Commissione Europea, per bocca del commissario competente, risponde che non è stata inviata la letterina appropriata, allora si pone un problema politico grande come una casa.

Diciamo la verità, in questi anni l’Unione Europea e in particolare la Commissione Europea guidata da Manuel Barroso ha clamorosamente fallito sotto molti punti di vista!

Qualcuno ha detto che l’Europa salva le banche e lascia crepare le persone, beh francamente è semplicemente vero.

Tutti abbiamo ancora nelle orecchie i continui richiami del commissario Olli Rehn verso l’Italia, tutti sanno come sono stati trattati il popolo greco e più in generale i popoli del sud Europa, tutti sanno come la Commissione non abbia mai mitigato le mire egemoniche tedesche sul controllo dell’economia europea, anzi.

Forse la Commissione non aveva le competenze per farlo, ma forse non ne aveva nemmeno la volontà politica.

Ma almeno dove la Commissione avrebbe potuto agire, ed agire con profitto, come sul controllo delle frontiere e la legislazione comunitaria sull’accoglienza, non si è visto nulla.

Come è stato riportato dai giornali l’assistenza ai migranti deve essere prestata, secondo le regole europee, dal primo paese “d’approdo” all’interno dell’Unione.

E come dissentire su una norma del genere? Sono effettivamente famose le invasioni di disperati che tutti i giorni approdano sulle coste tedesche o danesi provenienti dalla Groenlandia o direttamente dal polo!

Si dirà che la Germania ha ospitato più rifugiati politici e di guerra in questi ultimi anni rispetto all’Italia, ma è tutta gente che evidentemente aveva i mezzi e le entrature per essere ospitata e che è arrivata con voli di linea e visti rilasciati dalle ambasciate.

Chi decide di arrivare attraversando il Sahara prima e il Mediterraneo poi, con il rischio di affogare o essere lasciato in mezzo al deserto da quei moderni negrieri che sono le organizzazioni per il traffico dei migranti, o ancora essere stuprato nelle città della Libia è perché non ha altre possibilità, niente aerei, niente visti, niente di niente.

Quale soluzione allora? Come se ne esce? E’ certamente complicato, ma a chi è “malato” di politica piace pensare a delle soluzioni.

Innanzitutto dovrebbe cambiare la politica europea; le classi dirigenti dei vari stati europei, soprattutto quelle che si riconoscono nel PPE, hanno prodotto una classe dirigente europea non all’altezza. Sicuramente non all’altezza della visone che avevano i padri fondatori dell’Europa.

Ci vorrebbe quindi una sveglia e se i sondaggi sono corretti la sveglia sta per arrivare, la daranno le prossime elezioni.

Ma sarà una sveglia buona?

Si teme che i partiti euroscettici, e in Italia causa Grillo ne sappiamo qualcosa, avranno un buon risultato, purtroppo però tali formazioni sono costituite il più delle volte da forze populiste e xenofobe. La cattiva politica prodotta dalla Commissione e dalle altre istituzioni europee in questi anni, più attenta ai mercati finanziari che a quelli rionali, ha generato quindi un’altra cattiva politica, ancora più cattiva.

Se i cittadini europei daranno fiducia a questi movimenti che cosa succederà?

Le istanze portate avanti da Nigel Farage (GB) sono molto diverse da quelle di Geert Wilders (NL) che a loro volta sono diverse da quelle del Movimento 5 Stelle. Insomma si potrebbe assistere ad un coalizzarsi di euroscetticismi diversi che porterebbe ad una minore coesione all’interno dell’Unione e, nel caso più grave, ad una disgregazione dell’Unione stessa.

Quest’ultima ipotesi mette i brividi al solo pensiero di cosa fosse l’Europa prima della nascita del senso di Comunità europea.

Se i cittadini europei daranno fiducia al PSE invece la prossima Commissione, che sostituirà quella oggi scadente (in tutti i sensi), dovrà essere più umana e più politica, più attenta ai bisogni dei cittadini; il PSE avrà il compito di chiarire che l’Europa non deve essere il luogo delle “pagelle ai popoli” ma il luogo delle “soluzioni per i popoli e con i popoli”.

Per il problema dell’immigrazione attraverso il Mediterraneo la soluzione non può essere che quella auspicata dal Governo italiano:

  • una revisione della legislazione sull’accoglienza, con la possibilità da parte dei migranti di chiedere asilo non solo nel paese di arrivo;
  • una missione europea in Libia, ma si può suggerire anche in Sudan (vedasi il problema del Sud Sudan, dell’Eritrea e dell’Etiopia), non solo per l’accoglienza ma anche di polizia internazionale per il contrasto al commercio di esseri umani drammaticamente e indecentemente ancora presente nel nostro tempo;
  • Il coinvolgimento in tutto ciò della più ampia comunità internazionale.

Solo così l’Unione Europea avrà assolto al suo compito, ovvero garantire la pace, la stabilità e il progresso a tutte le genti che vivono in Europa o che all’Europa aspirano.

Alberto Poli

Lascia o Raddoppia?

Le elezioni europee e il dilemma dell’elettore italiano tra la scorciatoia del Movimento 5 Stelle e l’europeismo del Partito Democratico.

Mancano ormai pochi giorni alle elezioni europee e guardando ai sondaggi presenti nell’apposito sito di Palazzo Chigi, che deve obbligatoriamente raccoglierli tutti, non si può non notare come siano indubitabilmente solo due i soggetti che ad oggi si contendono la vittoria politica in Italia.

Da una parte il Partito Democratico di Matteo Renzi, giovane ed iperattivo segretario, il cui governo non ha ancora compiuto 3 mesi e che è già alle prese con una fitta e complicata agenda di governo fatta di grandi riforme come quella costituzionale, elettorale, del mercato del lavoro, e fatta anche di qualche contentino alle masse come gli ottanta euro in busta ai dipendenti e il taglio dell’IRAP.

Certo anche però un partito alle prese con le tipiche beghe della sinistra italiana, con fronde permanenti e insidiosi quanto improbabili avversari interni.

Dall’altra parte il Movimento 5 Stelle, guidato da un signore genovese che a seconda delle circostanze si autoproclama “portavoce”, “capo politico” oppure si definisce “comico ineleggibile” e “giullare”. Un movimento, guai a chiamarlo partito, da sempre impegnato in una confusa campagna anti-europeista ed isolazionista condita di lugubri slogan come la “decrescita felice” e il “siete tutti morti”, i cui parlamentari intrattengono riunioni più o meno segrete con un enigmatico e sedicente guru della rete dalla capigliatura esuberante, proprietario del sito internet da cui il “capo politico” fa giungere l’assoluta verità.

E in mezzo chi c’è? Chi deve decidere? L’elettore italiano! Completamente spaesato dopo anni di battage mediatico sull’Europa dell’austerità e dei banchieri, dello spread e della BCE, della Troika e dell’Euro, che ha imposto enormi sacrifici e che ha falcidiato la casse media di un intero continente.

Gli elettori si dovranno esprimere.

Vogliono la scorciatoia apparentemente più facile? Quella del “ma si, ma vaffa …” portata avanti dal M5S?

Perché oltre al “vaffa” non sembra che il M5S abbia altro da dire sull’Europa, “se la UE non accetta la revisione dei trattati usciremo dall’Euro!”. Questa la posizione del “capo politico” del M5S recentemente intervistato a “La7”.

Queste posizioni ricordano tanto un altro leader italiano che voleva in passato la revisione dei trattati internazionali e l’uscita dalla Società delle Nazioni, “e del resto me ne frego!” diceva.

Oggi il “me ne frego” è diventato il “vaffa …” e la Società delle Nazioni l’Euro. Sappiamo tutti come è andata a finire, all’Italia andò male e a lui andò peggio …

Noi elettori dobbiamo prendere coscienza che è solo con il voto che un popolo esprime la propria maturità, la propria coscienza e la propria civiltà.

Gli italiani potranno scegliere una politica ragionata che vede l’Unione Europea e le altre istituzioni comunitarie come istituzioni da riformare ed adattare alle mutate esigenze, i cui poteri vanno resi più ampi e più effettivi, con vere istituzioni politiche rappresentative degli interessi dei cittadini, con una Banca Centrale Europea degna di tale nome, infine con la (auspicata) rottamazione dei grigi e infausti burocrati di Bruxelles; ovvero quella che sembra essere la politica del PD. Oppure potranno scegliere un “vaffa …”.

Da più parti è stato osservato, ed è assolutamente condivisibile, che le storture secolari presenti nella nostra società e nella nostra politica non le ha create l’Europa. La corruzione, la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, l’incapacità amministrativa, il nepotismo, l’incapacità del sistema bancario di finanziare le imprese meritevoli in luogo degli amici degli amici, non sono certo colpa dell’Europa.

D’altronde partiti della purezza e dell’onestà, dove il capo era sempre il più candido e puro ne abbiamo già avuti, e tanti. Sono tutti finiti male.

Per ultimo quello del caro Antonio Di Pietro, persona stimabilissima e rispettabilissima, il cui partito ha però prodotto recentemente alcuni tra i soggetti più detestabili della politica italiana: parlamentari comprati a suon di milioni dall’avversario e consiglieri regionali che si intascavano i soldi del partito. Oggi il partito è sostanzialmente sparito.

Oppure, più indietro nel tempo, il partito de “l’oro alla patria”, oro poi solo servito ad ingrassare pavidi gerarchi scoperti con il maltolto ancora in tasca in quel di Dongo.

Finirà così anche il M5S, è indubitabile.

Le analogie tra il movimento del comico genovese e il partito nato in Piazza San Sepolcro sono veramente numerosissime ed evidenti, non ultima la lista dei giornalisti cattivi; non tutti sembrano accorgersene però!

Alcuni all’interno del PD si beano nel sogno di una possibile alleanza in chiave anti larghe intese o peggio anti Segretario, commettendo lo stesso errore del 1922. Il M5S non è addomesticabile!

In conclusione, se la storia ci ha insegnato qualcosa, se avremo finalmente capito che le scorciatoie portano solo nel baratro, se avremo capito che gli estremisti non si possono né coinvolgere né addomesticare, allora alle prossime elezioni europee la vittoria non potrà che incoronare il Partito Democratico.

Un partito che, nonostante i suoi difetti, è il vero, unico e solo partito italiano che può aspirare con fatica, concretezza e senza scorciatoie, alla risoluzione dei problemi del paese e al benessere per tutti i cittadini.

Alberto Poli

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